PESCATE NEL PROMESSI SPOSI

Il territorio di Pescate ha nei Promessi Sposi una collocazione di singolare privilegio a cui i postillatori del
romanzo non hanno mai fatto troppo caso; d'altronde chi dovrebbe mai curarsi di una "terricciola" - come
direbbe il Manzoni - di nessuna importanza, quale quella di Pescate?!
E' noto come il Manzoni ha volutamente, con pregustato ironico sorriso, oscurato con intenzionali reticenze
o addirittura reinventata la topografia di alcune ville, casali e castelli ove scorre la storia di Renzo e Lucia.
Al contrario però il Manzoni ha descritto con impressionante fedeltà il "territorio" che dalla sua penna esce
come dettato da un ininterrotto afflato lirico che emotivamente viene dalla sua infanzia e giovinezza,
allorchè quei luoghi gli si rinchiusero nel cuore.
Ma la poesia con cui li ripropone nel romanzo, giunge a tale felicità espressiva da renderli così precisi,
nitidi e reali come meglio non avrebbe potuto, scrivendo minutamente e di proposito, un geografo.
Ora, il territorio di Pescate ha nei Promessi Sposi il destino di segnare il crocevia culminante dei momenti
di massima intensità emotiva e lirica del romanzo.
Dopo l'iniziale galoppata di monti e di lago che si combaciano al vecchio ponte, Pescate entra nel romanzo
col sorriso di sponde che si riallargano e si frangono nel gentile gioco di: "... nuovi golfi e nuovi seni ...",
mentre il paesetto si riflette capovolto nelle acque.
Ma subito Pescate diventa il piedistallo per quella descrizione frontale del personaggio gigante del
romanzo: il Resegone. "... l'altro con voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi cucuzzoli in fila, che invero
lo fanno somigliare ad una sega, talchè non è chi al primo vederlo, purchè sia di fronte ...", cioè si trovi a
Pescate oppure, un tempo, sulle mura di Milano che guardano a settentrione, ed era facile discernerlo "...
tosto a un tale contrassegno, in quella lunga e vasta giogaia, dagli altri monti di nome
più oscuro e di forma più comune".
Il Resegone nel romanzo non è un monte: è un segno, un simbolo, un destino, una provvidenza che
rincuora e riassicura, visto da lontano e da vicino, è la chioccia protettiva, è la casa, il ritorno a casa, la
sicurezza, il conosciuto, la vita consueta, le abitudini di millenni, il richiamo costante, l'orientamento e
l'aspirazione contrastata dalla ingiustizia umana, di tutti quegli umili che nel romanzo non hanno altra
distinzione nè desiderio nè ambizione, se non quella di appartenere in pace a questo lembo di terra.
"Ma dopo qualche momento, voltandosi indietro vide all'orrizzonte quella cresta frastagliata di montagne,
vide distinto e alto tra quelle il suo Resegone, si sentì tutto rimescolare il sangue, stette lì a guardare
tristamente da quella parte, e poi tristamente si voltò e seguitò la strada". (cap. XI).
E Lucia all'Innominato: "... mia madre. Forse non è lontana di qui. Ho veduto i miei monti". (cap. XXI). "Chi,
staccato un tempo dalle più care abitudini e disturbato nelle più care speranze, lascia quei monti ..." (cap.VIII).
Pescate è l'occhio che guarda quei monti, il Resegone; mentre proprio da Pescate tante volte l'occhio del
Manzoni si soffermò a guardare l'opposta sponda e quello scenario che nel "Fermo e Lucia" definì "... uno
dei più belli del mondo ...".
Quando infatti il ragazzo ed il giovane Manzoni passava a Lecco i mesi estivi nella sua villa del Caleotto, il
suo massimo piacere, oltre a quello di scorazzare per le campagne intorno, era di scendere alla foce del
Bione; lì c'era la sua barca.
Facile immaginare il misterioso fascino di quelle avventure fra fiume e lago e sponde per un fantasioso
ragazzo quindicenne! La più vicina, la più consueta méta era l'opposta spiaggia: Pescate.
Ed alla spiaggia di Pescate approda la barca della fuga notturna. Le notti lunari di Pescate, in questo
punto nel romanzo, sono miracolosamente immortalate e, quella pagina, fra le più belle dei Promessi
Sposi e forse di tutta la letteratura mondiale, dovrebbe essere scolpita in bronzo nel centro della piazza del
paese..., se Pescate avesse un centro ed una piazza.
"Non tirava un alito di vento; il lago giaceva liscio e piano e sarebbe parso immobile se non fosse stato il
tremolare e l'ondeggiare leggero della luna, che vi si specchiava da mezzo il cielo. S'udiva soltanto il fiotto
morto e lento frangersi sulle ghiaie del lido, il gorgoglio più lontano dell'acqua rotta tra le pile del ponte, e il
tonfo misurato di quei due remi, che tagliavano la superficie azzurra del lago... L'onda segata dalla barca..."
(cap. VIII).
Pescate è anche la terra - realtà simbolo - al di là dell'Adda, che segna la partenza, il distacco, ove già
comincia a finire tutto quanto è caro agli abitanti delle terre, ville e casali sparsi sulla costiera appoggiata
ai due monti contigui; e così proprio nel tragitto notturno verso la terra di Pescate, si dispiega, prende
forma il dramma e la tragedia che è la fisolofia - poesia focale di tutto il romanzo, e nasce così
quell'amarissimo canto - pianto del dolore umano degli umili e pacifici vessati dalla determinante
ingiustizia dei potenti protervi: "addio monti sorgenti dall'acque ed elevati al cielo... Ma chi non aveva mai
spinto al di là di quelli neppure un desiderio fuggitivo chi aveva composto in essi tutti i disegni dell'avvenire
e ne è sbalzato lontano da una forza perversa!".
"L'urtar che fece la barca contro la proda scosse Lucia" e la barca, partita dalla "riva del lago vicino allo
sbocco del Bione" approdò in un punto della costiera di Pescate ove la strada correva vicino all'argine.
Infatti: "Il barroccio era lì pronto...".
C'è da ricordare che all'epoca del romanzo il Bione aveva una foce diversa dall'attuale che si immette
direttamente nel lago: in quei tempi il Bione sfociava più in alto, e cioè nel braccio di fiume. Da lì la barca
con i tre fuggitivi si diresse verso l'altra riva e, deviando obliquamente verso valle secondo il filo della
corrente, approdò nella località Fornace di Pescalina.
Il tracciato dell'attuale Strada Statale 36 coincide con la strada costruita nel 1832 dall'ingegnere Donegani
per conto del governo austriaco e che, proseguendo, fu la prima strada che congiunse Lecco a Colico.
Ma questa strada ha in comune nel territorio di Pescate con quella esistente all'epoca dei Promessi
Sposi, non più di mezzo chilometro: infatti la vecchia strada che dopo il ponte costeggiava l'Adda fino a
Pescalina, giunta poi ad Insirano aveva un tracciato più interno fino a Vignola, e da lì deviava verso
Galbiate, discendendo poi nella Brianza per Bartesate, Ello, Dolzago e Resempiano, poi per Sirtori,
Missaglia e Maresso, Rogoredo e infine dopo aver attraversato un grande bosco in territorio di
Camparada, per Arcore, San Fiorano e La Santa, perveniva a Monza con un percorso contato da Pescalina
di Pescate non meno di 40 Km, secondo il Bindoni.
Le strade anche in quei tempi non sempre erano una benedizione, anzi, molto più spesso erano una gran
croce soprattutto quando correva improvvisa la voce che stava arrivando uno di quegli eserciti di ventura
che furono la maledizione di quell'epoca.
Nell'autunno dell'anno 1629 anche il territorio di Pescate vide passare i cavalli di Wallenstein, i fanti di
Merode, i cavalli di Anhalt, i fanti di Bramdeburgo, e poi i cavalli di Montecuccoli, e poi quelli di Ferrari etc.
etc..., cioè i famosi lanzichenecchi: ventottomila fanti e settemila soldati a cavallo che sottoposero ad ogni
sorta di soprusi, angherie, ruberie e distruzioni quei paesi "a cui la toccava".
E così mentre gli abitanti di Lecco traevano un gran sospiro vedendo finalmente Galasso al comando
dell'ultimo squadrone passare il Ponte di Lecco, il polverone di quel terribile esercito, con tutti i mali al
seguito, sommerge il territorio di Pescate ed avanza nel cuore della Brianza.
Il nome di Pescate ha l'onore di essere menzionato nell'immortale libro fra le pochissime località che il
Manzoni ha ritenuto di ricordare espressamente.
Forse per il Manzoni proprio questo fu il riconoscimento del ruolo culminante e sempre intriso di
commozione, se non di pianto, che il destino ed il suo cuore assegnò alla terra di Pescate.
Il suo nome appare nel penultimo capitolo e proprio nella funzione da noi delineata da finestra spalancata
sul paesaggio Manzoniano: "il lume del crepuscolo fece vedere a Renzo il paese di d'intorno. C'era dentro
il suo... altro non vi so dire, se non che quei monti, quel Resegone vicino il territorio di Lecco..." "... E' a
Pescate; costeggia quest'ultimo tratto dell'Adda, dando però un'occhiata melanconica a Pescarenico:
passa il ponte...".
Finestra di bellezza e di melanconia, dove, sostando forse per l'ultima volta, il Manzoni deve avere pensato,
per se stesso, il famoso addio lasciando per sempre il territorio divenuto immortalmente "suo".


Edmondo Martini